Cartongesso di Francesco Maino

Mi immetto nella lunga scia di recensioni che, giustamente, hanno accolto con entusiasmo questo libro di esordio con il botto.
Un'opera prima che passa dal premio Calvino direttamente ai Supercoralli dell'Einaudi, forse la collana italiana più prestigiosa, è già una notizia. Se poi uno si prende pure la briga di leggerlo, il primo pensiero va al coraggio di chi ha scelto e deciso questa pubblicazione e all'editor che si è dovuto scontrare e scornare con questo autore e la sua lingua.
Veniamo al libro: molte cose sono state dette, il ritratto del Veneto, questa landa ormai desolata, devastata dai suoi abitanti; molti autori del passato sono stati scomodati per accostamenti linguistici e non. Io vorrei parlare d'altro.
Prima di tutto, i lettori: questo libro non è gentile con i lettori, per niente. Non li fa stare comodamente seduti in poltrona ad immedesimarsi con qualcuno. Il racconto e la lingua sono delle sfide per il lettore e si vede chiaramente che l'autore se ne frega (giustamente, dico io): chi vuole leggere lo fa, con fatica e anche piacere, ma l'autore non dà consolazione nè al suo alter ego, protagonista del libro, Michele Tessari, nè al lettore.
Poi, la storia: per le prime trenta - quaranta pagine ho pensato che l'invettiva contro il Veneto e i suoi abitanti terminasse per dare spazio ad una storia, ad un racconto che vedesse protagonista, in qualche modo, il Tessari. Procedevo nella lettura senza però che questa invettiva avesse una fine. Poi ho capito. Tale e tanta è la rabbia dell'autore e del protagonista verso questo mondo (che non è solo il paese di Insaponata di Piave e i suoi abitanti) che sarebbe stato un tradire la rabbia tramutarla in un racconto "normale". Quello che Michele Tessari ci deve dire lo dice per forza, per necessità in questo modo, non può essercene un altro perchè è il modo stesso di raccontarlo che è la sostanza del racconto, la impossibilità di una normalità, l'essere stato derubato di una normalità.
Poi, la lingua: nel libro che con più forza e rabbia parla di questo Veneto devastato, c'è una delle più riuscite dichiarazioni d'amore verso una lingua che è il veneto. L'uso del dialetto, di parole di uso comune e di parole ormai dimenticate, frammisto all'italiano riesce a descrivere entrambe le categorie dei personaggi di questa regione, quelli che ci sono e che sarebbe meglio non ci fossero più e quelli che sono ormai, ahimè, scomparsi.
Infine, il secondo grande tema: gli avvocati o gli avvitopi, come li chiama Tessari con uno dei suoi tanti giochi linguistici. Se questo libro è un'invettiva, non si esaurisce di certo contro il Veneto, anzi è forse ancora più implacabile verso il sistema della giustizia italiana, verso le persone che questa giustizia tradiscono e che questo sistema sfruttano per arricchirsi. Immagino che sia più facile accettare un Tessari che parla male di questo Nord-Est piuttosto di un Tessari che progetta di sterminare qualche migliaio di avvocati come unica soluzione al problema della giustizia. Eppure l'autore, oltre a vivere in Veneto, è avvocato e qualcosa significherà...


Un consiglio per chi lo vuole leggere: provate a leggere a voce alta, per sentire meglio il ritmo
Ho aperto a caso e trascrivo:
"Oggi posso dirle, gentile Dottor Cavanis da Percoto, che smetto di fare questa liberaprofessione che di libero non ha un accidente, dico a lei, Colonnello Cantwell, so che mi sente, che alte uniformi e toghe son diventate divise per dementi, tute e tuniche ci vorrebbero, per tutti, tute da operai, tuniche da chierichetti; e mentre faccio questo pensiero, scendono improvvisamente i finestrini della Clio, senza che io l'abbia chiesto, sono finestrini intelligenti, i miei, pieni di empatia col conducente, la corrente d'aria furibonda mi manda i cavei  sugli occi, devo guidare colla mano destra, la sinistra fa la parte della forcina, come una bambina, a tener fermi i ciuffi che mi vanno dentro gli occhi ipnotizzati dalla triestina, canto ad alta voce un pezzo di Mina che si intitola Eclipse Twist, non posso non guardare l'ultimo lembo orientale della laguna di Venessia alla destra, il Montello a sinistra, o quello che mi immagino possa essere la Piave all'inizio del Montello, a Nervesa, dietro la pianura chiara oltre le foci, poi impizzo l'autoradio, guardando il mar grando di granturco che dondola, le strisce di canneti lungo lo stradone, sospinte dal rinculo dei rimorchi schizzati, la soia che si smuove a raffiche diagonali, a perdita d'occhio, increspata dal turbine dello scirocco, le anatre a triangolo dopo Portegrandi, in volo ordinato, ben presto stoccate nei congelatori delle casalinghe, o forse no, la pancia delle oche-passeggeri in decollo da Marco Polo, lo stemma dell'Alitalia sulla fusoliera che prende quota, forse verso Roma, forse verso Milano, sono oche di cento metri, che pisciano nafta in volo, se avessi un fuxil da caccia, tirerei un colpo sulla fusoliera, ma dovrei stare dentro un barchino o in un barile in mezzo alla laguna più bella del mondo, aver bevuto dieci (10) giri di rabosini."


A volte la poesia si traveste da prosa e ci fa le boccacce.



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